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Il sogno dei ravennati è un capanno da pesca

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Marina Romea (Ra) - Capanno sulla Pialassa Baiona

È nel cuore di ogni cittadino di Ravenna come solo può esserlo il vecchio fienile per un montanaro o l’angusta sottocoperta per il marinaio: è il Capanno da Pesca, piccolo e ameno luogo di pace e relax, a contatto diretto con la natura, e soprattutto garanzia di conviviale allegria per i fine settimana e il tempo libero.

Da tempo non se ne costruiscono di nuovi, né tantomeno se ne vendono. Quelli ancora esistenti rappresentano un piccolo tesoro di cui andare fieri e gelosi.

Capanni di pesca (Comacchio)
Capanni di pesca (Comacchio) | Foto © francesco1978

Si dice che l’origine del capanno, detto anche Padellone (o Blancione), per via della grande rete protesa sull’acqua, risalga al XV secolo, ma è nell’800 che ne viene documentata la diffusione nell’area del Delta del Po e lungo la tutta la costa adriatica.

La struttura del capanno – come indica la denominazione stessa – è quella di un casotto costruito in parte sulla terraferma, in parte appoggiato su una chiatta o su una palafitta sospesa sull’acqua.

La sua funzione originaria è quella di offrire un ricovero temporaneo per l’attività della pesca. Subito attigua al capanno vi è infatti montata una grossa rete quadrata (padellone) che viene calata in acqua a raccogliere il meglio del pesce azzurro.

Il materiale di costruzione è sempre stato povero, di scarto. Chi aveva una porta o un telaio di una finestra in più, sapeva come riciclarli.

Al suo interno il capanno ha uno o due locali, con una zona per cucinare e mangiare, l’altra per riposare all’occorrenza.

Marina Romea (Ra) - Capanno sulla Pialassa Baiona
Marina Romea (Ra) – Capanno sulla Pialassa Baiona | Foto © Nicola Strocchi

L’attività di pesca è oggi minuziosamente regolamentata, i capanni che la effettuano sono quindi in possesso di specifiche licenze e sono soggetti a controlli da parte delle autorità competenti in materia.

Questo, insieme alla manutenzione, rende i costi di gestione non indifferenti. Di solito, infatti, i capanni sono in concessione a società di gestione organizzate in quote, che possono essere cedute con il diritto di prelazione e trasmesse per eredità.

Ogni socio è responsabile per onori e oneri della sua quota e a legarli insieme è poco più che un patto tra gentiluomini: lunedì a te, mercoledì a me, a chi tocca il sabato spetta anche la domenica. Insieme, di fatto, i capanni tramandano la cultura dell’acqua tra mare, valli, lagune, piallasse, fiumi e canali.

All’alba o al tramonto, nelle giornate di nuvole o sole, assistere allo spettacolo delle reti che salgono, con i pescatori che vi lavorano attorno, regala uno spettacolo unico.

Così, per l’escursionista che avanza tra uno specchio d’acqua, la macchia di giunchi e uno stormo di fenicotteri rosa che s’alza in volo, la vista di una fila capanni da pesca con la rete a mezz’asta acquista il sapore di un racconto d’avventura. 

Oltre a costituire un insolito skyline nel cuore di una natura selvaggia, il richiamo immediato a storie di altri tempi e a grandi imprese sportive è infatti forte ed emozionante.

Storie che celebrano quello stesso binomio uomo-natura, solido e misterioso, descritto da Eugenio Montale in “Dora Markus”, poesia ispirata da una passeggiata sulla marina ravennate:

Fu dove il ponte di legno mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano o salpano le reti
.

Oggi si direbbe che se l’attività di pesca è la mission del Capanno, la vision è tutto ciò che ci gira attorno. Ovvero è la magia della giornata di pesca con scommesse, commenti e confronti, e soprattutto quel che viene dopo, la condivisione del pescato cucinato sul posto con amici e famiglia.

L’antico detto “us magna cun quel che us ciapa” (ovvero si mangia quello che si prende), da queste parti, prometteva piatti a base di cefali, acquadelle, sarde, acciughe e alici, gamberetti, sogliole e anguille.

Fritti o alla brace, usati per condire la pasta o cucinare un bel risotto, magari profumato dalle erbe selvatiche, assicurano prelibatezze dal sapore autentico. Oggigiorno il pescato è forse meno ricco, ma il gusto – assicurano i capannisti – conserva la stessa identica bontà di allora.

Lucia  Filippi

Lucia Filippi

A cura della Redazione Locale
E-mail: turismo@comune.ravenna.it

Ultima modifica: 16 Agosto 2021

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