BETA VERSION

Lord George Byron

Via Camillo Benso Cavour, 54 - Ravenna
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp

Sweet hour of Twilight! – in the Solitude
Of the Pine forest, and the silent Shore
Which bounds Ravenna’s immemorial wood,
Rooted where once the Adrian wave
flowed o’er,
To where the last Cæsarean fortress stood,
Evergreen forest! which Boccaccio’s Lore
And Dryden’s lay made haunted ground to me,
How have I loved the twilight hour and thee.
(Don Juan Canto 105, 1821)

Dolce ora del crepuscolo! – nella solitudine
della pineta e della riva silente
che abbraccia il bosco immemorabile di Ravenna,
cresciuto dove un tempo fluiva l’Adriatico
fin dove si ergeva l’ultima fortezza dei Cesari,
foresta sempreverde, che le storie del Boccaccio
e il canto di Dryden mi resero sacra,
o quanto ho amato l’ora del crepuscolo e te.
(Don Giovanni Canto 105, 1821)

 

Perennemente alla ricerca di emozioni forti, la fama di Lord George Gordon Byron, uno dei massimi poeti britannici, è legata soprattutto alla vita romantica e sregolata, agli scandali politico-letterari, alle avventure eroico-rivoluzionarie e di donnaiolo impunito, che collezionò anche in Italia, dopo che decise di lasciare l’Inghilterra, per non farvi più ritorno e si stabilì, a partire dal 1816, prima a Milano, poi a Venezia e infine dal 1819 a Ravenna, seguendo l’amata Teresa Guiccioli.

La pineta della costa ravennate a Classe, citata nel poemetto epico-satirico in 17 canti Don Juan (in italiano, Don Giovanni), pubblicato postumo, costituisce per Byron un ambiente ideale, perché selvaggio e attraente, altamente simbolico quale fonte d’ispirazione artistico-letteraria e specchio naturale del sentimento romantico dello Sturm und Drang.

Il suo editore Thomas Medwin racconta come, durante il soggiorno a Ravenna (1818-1821), Byron non fosse mai stanco delle esplorazioni nella pineta, a piedi o a cavallo. Qui, come scrive il poeta stesso nel terzo canto del Don Giovanni, respirava la favola di Dryden, la coralità del popolo nel Decameron di Boccaccio e la maestosità della profezia nella Commedia di Dante: “C’è qualcosa di stimolante in quest’aria”, confessa (Conversations, ed. Lovell, p.25).

Piero Gamba, fratello dell’amata contessina Teresa Guiccioli, per la quale era venuto a Ravenna, ospite presso il palazzo del cognato in via Cavour, racconta come, al termine di una cavalcata nella foresta, Byron declamasse:

Come, alzando gli occhi al Cielo, o indirizzandoli sulla terra, possiamo dubitare dell’esistenza di Dio? – o come, rivolgendoli a ciò che è dentro di noi, possiamo dubitare che ci sia qualcosa di più nobile e durevole dell’argilla di cui siamo fatti?.

FOCUS

Amore e rivoluzione a Palazzo Guiccioli

Per brevi periodi, Lord Byron alloggia all’Hotel Imperiale, nel luogo in cui sorge Palazzo Oriani – oggi Biblioteca di Storia Contemporanea − a pochi passi dalla tomba di Dante.

Ma principalmente, durante il suo soggiorno ravennate, Byron fu ospite del conte Alessandro Guiccioli nel suo palazzo in via Conte di Cavour, dove si intrattenne e amò la giovane moglie del nobiluomo, la contessina Teresa, e dove, con il fratello di lei, Pietro Gamba, sognò la rivoluzione, accumulando armi per dare manforte ai moti carbonari. Byron aveva 33 anni, Teresa 22.

Costruito alla fine del 1600 dagli Osio, il palazzo fu acquistato per il matrimonio del conte con Teresa Gamba. Guiccioli fece dipingere per la moglie Teresa pareti e soffitti, contribuendo a farlo divenire uno dei più eleganti palazzi della città. Successivamente, fu abitato anche da Luigi Carlo Farini, tra gli artefici del Risorgimento italiano; proprio per queste ragioni, è stato scelto come luogo ideale per ospitare il museo Byron e il museo del Risorgimento, la cui apertura è prevista per l’anno 2021.

Nel 2018 si è stabilito che Palazzo Guiccioli possa ospitare anche la sede italiana della Byron Society, destinata a divenire laboratorio di studi per approfondire vita e opere del poeta in Italia.

Con il titolo Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno nel 2018 è stata pubblicata da Adelphi la raccolta dei diari byroniani, dai quali possiamo ricavare molti particolari della vita a Ravenna duecento anni fa. Il poeta passava le giornate a leggere o in compagnia dell’amata Teresa Guiccioli, ma conservava la sua vena cupa e malinconica, tanto che scriveva di preferire la solitudine più della compagnia. Annoiato e romanticamente nostalgico, registrava sul suo diario:

“16 gennaio 1821. Letto – cavalcato – tirato di pistola – rientrato scritto – uscito in visita – ascoltato musica – detto sciocchezze – e rincasato”.

Della città descrive il clima (“un umido tremendo che ristagna”), il pessimo stato delle strade (“…con la pioggia e la neve, diventano pozze di fango”), la sua pericolosità (“… è facile essere rapinati o imbattersi in una sparatoria”).

Byron è anche un buongustaio, ma dal suo seguito si fa preparare i piatti della tradizione inglese, come il pudding. Durante il suo soggiorno si circonda poi degli animali che ha portato con sé: gatti, un corvo, un falco e persino delle scimmie.

Byron sognava la rivoluzione e il momento giusto per scendere in campo al fianco dei carbonari, ma questo non accadde mai. Dal diario ravennate, Lord George emerge come un giovane di grande cultura, ma disilluso e superficiale nella vita di ogni giorno.

Lui stesso scrive: “L’infinita varietà della vita non fa che condurre alla morte e l’infinità dei desideri non fa che mandare incontro a delusioni. Tutte le scoperte fatte fino a qui hanno accresciuto tutt’al più l’esistenza. Una malattia estirpata è seguita da una nuova pestilenza. La scoperta di un nuovo mondo poco ha apportato al vecchio”.

Eppure, ancora celebre è il suo verso-testamento: “But I have lived, and have not lived in vain”.

Altre informazioni

NeLLE VICINANzE

Precedente
Successivo
[uwp_login]