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Henry James a Ravenna

Scrivo queste righe sulla cima di una fredda montagne svizzera, circondato da una densa coltre di candida nebbia che mi preclude ogni sguardo sul mondo giù in basso, sull'adorabile Italia; eppure appena l'altro giorno abbozzavo in gran fretta le poche annotazioni di cui esse si compongono nell'antica capitale di Onorio e di Teodorico, ed è per questo che preferisco lasciare la data originale, per il colore locale. Il suo semplice aspetto, così come lo trascrivo, emette un gradevole riverbero nel mezzo dell'aspro paesaggio alpino, offrendo ad un'immaginazione depressa qualcosa di tangibile cui afferrarsi nell'attesa che la bella stagione ritorni. Perché Ravenna, meno di una settimana fa, era nel suo splendore, quando camminavo lungo il bordo delle strette fasce d'ombra che accompagnavano un lato delle sue strade bianche e deserte. Dopo una lunga e fredda primavera, quest'anno l'estate è discesa sull'Italia con un balzo improvviso ed un caldo soffio augurale. Avevo lasciato Firenze di notte ed anche sulla vetta degli Appennini, alla luce opaca delle stelle e in un treno in corsa, non si poteva che restar seduti e fremere fin nei precordi. A Bologna trovai una festa, o per meglio dire due feste, una civile e l'altra religiosa, che si svolgevano in un clima di reciproca diffidenza e di disprezzo. Quella civile, dedicata allo Statuto, costituiva l'unico giorno di vacanza nazionale e stabilito per legge - si tratta della data che ricorda in tutto il paese l'ormai raggiunta unità, per la quale si dovette pagare un prezzo molto alto -, quella religiosa era invece il giubileo di alcune chiese locali. Quest'ultima viene celebrata da due parrocchie bolognesi alla volta e ricorre per ciascuna coppia solamente una volta ogni dieci anni: un sistema, questo, per mezzo del quale i fedeli si assicurano una copiosa ricorrenza di processioni assai costose. Non era mio compito distinguere le pecore dalle capre, il sacro dal profano, coloro che recitavano le preghiere da coloro che se ne facevano beffe; era sufficiente che, mescolate assieme sotto il sole bruciante, empissero quella città così mirabilmente solida, sommergendola in un'onda di vita e di spettacolo. Il combinarsi poi in un sol punto dei due elementi era un evento realmente drammatico. Mentre una lunga teoria di preti e di verginali fanciulle in bianchi veli, recanti ciascuna una candela, si disponevano in ordine in una delle strade, fuori della città si svolgeva la parata delle truppe regie.
Al suo ritorno un numeroso distaccamento di cavalleria passò attraverso la zona dove stavano bruciando gli incensi, dove gli stendardi colorati si agitavano al vento e dove cominciava la nenia delle litanie segnalando l'avanzata del piccolo manipolo ecclesiastico. La lunga prospettiva viaria, tra i portici, era ornata di festoni e di ghirlande scarlatte e cariche d'orpelli; i paramenti, le croci, i baldacchini dei sacerdoti, le nuvole di fumo carico di essenze, i veli candidi delle giovinette si scioglievano in quell'aria calda e luminosa in una rutilante tavolozza di colori, traversando la quale i soldati a cavallo si muovevano imperterriti e mandando lampi, come un'armata di conquistatori che trattasse con ostentato disprezzo un'ambasceria recante proposte di conciliazione. A dire il vero fu quella la prima volta che una festa italiana offrì veramente al mio sguardo quel piacevole ardore e quei particolari romantici promessi dalle canzoni e dalla storia; debbo confessare che i miei occhi colsero un piacere maggiore in questo spettacolo che in quello in cui si sarebbero imbattuti un'ora più tardi osservando il pittoresco su tela nella Pinacoteca. Mi sorpresi a guardar torvo e nel modo più spietato Guido e il Domenichino.
 
Di Ravenna comunque non ho che da sorridere, di un sorriso grave, meditabondo, filosofico, mi affretto a precisare, così come conviene alla dignità storica, per non parlare della tristezza mortale e solatia del luogo. Vi giunsi di sera, prima che, anche nella sonnolenta Ravenna, fosse del tutto terminata la festa dello Statuto. Subito mi allontanai a piedi dalla locanda e ne rintracciai gli echi che indugiavano ancora nella piazza, soprattutto sulla soglia dei caffè, mentre si esibiva la banda della guarnigione, alla luce di qualche dozzina di fiochi lumi sistemati lungo la facciata del palazzo del Governo. Essa si era tuttavia conclusa e dispersa molto tempo prima, così che fui lasciato solo in quella luce grigiastra in compagnia di un affabile cittadino di cui desideravo ottenere la testimonianza attorno alle tradizioni e ai costumi della città. Traendo sicurezza da una prima osservazione, avevo accennato, con la massima deferenza, che non si trattava del luogo più vivace della terra ed il mio amico ammise che in verità Ravenna non era sede di una vita particolarmente briosa. Ma avevo già visto il Corso? Senza vedere il Corso non si potevano considerare esaurite tutte le possibilità. Il Corso di Ravenna, in una calda notte d'estate, possiede un'atmosfera di sorprendente raccoglimento e di riposo. Qua e là, da una finestra chiusa ai piani superiori, baluginava una luce; i passi del mio compagno e i miei erano gli unici suoni; non si vedeva anima viva. L'aria soffocante mi aiutava a credere al momento che stavo camminando nell'Italia del Boccaccio, nel bel mezzo di una pestilenza, attraverso una città che aveva perduto metà della popolazione a causa dell'epidemia e l'altra perché era fuggita. Ritornai all'albergo profondamente soddisfatto. Questo in fondo era, distillata al meglio, la monotonia dei tempi passati, questa in fondo era l'antichità, la storia, il riposo.
L'impressione ricevuta la sera venne largamente confermata ed arricchita il giorno seguente; mi è d'obbligo tuttavia, in una prima fase della mia visita, dare la precedenza ad un altro sentimento, quello di una vivida percezione della labilità del mio appagamento ottenuto attraverso la lettura del Gibbon e di altre fonti della leggenda.
A Ravenna il cameriere del caffè e il cocchiere che vi conduce alla Pineta alludono a Galla Placidia e a Giustiniano appassionato richiamo alla vostra memoria storica. Per quante interessante; dovunque vi giriate vi imbattete in qualche come ad un qualunque soggetto del momento particolarmente interessante; dovunque vi giriate vi imbattete in qualche appassionato richiamo alla vostra memoria storica. Per quanto mi riguardava non potevo che mettermi vagamente in sintonia con una sfida così ardua, potevo solo sentire nel profondo che stavo respirando un'aria carica di prodigiosi ricordi e di stupefacenti reliquie. Studiavo attentamente la guida e guardavo in alto, verso i grandi mosaici, per poi tornare a compulsare goffamente il povero Murray per avere qualche lume più intenso sulla corte di Giustiniano; ma sono in grado di immaginare che, per un visitatore che abbia maggiore confidenza con gli originali dei grandi e vari ritratti musivi dagli occhi a mandorla nelle volte delle chiese, queste opere d'arte quantomai curiose possono realmente avere un formidabile interesse. In senso lato e alla luce del giorno non riconobbi nel luogo se non l'immagine di un borgo spopolato e disperso su una vasta area. Le strade, con pochissime eccezioni, sono coperte d'erba e sebbene avessi camminato per quasi tutto il giorno, non ero riuscito a vedere un solo veicolo a ruote. Non ricordo negozi, se si esclude il piccolo laboratorio di un cortese fotografo, le cui vedute della Pineta, l'immensa e leggendaria foresta di conifere giusto fuori città, destarono in me una grande voglia di rifugiarmi in quell'oasi. Non esistono architetture di cui si debba parlare e sebbene vi siano molte grandi dimore dai nomi aristocratici, in realtà si stanno sfaldando, cotte dal sole, in modo per nulla dignitoso. Le case hanno per lo più un carattere di crudezza rusticana; sono basse, povere ed anonime, addossate agli alti muri di cinta dei giardini, al di sopra dei quali pendono immoti nell'aria stagnante delle vie lunghi tralci di folte viti. Qua e là, in questa desolazione, in qualche angolo particolarmente silenzioso e verdeggiante, si erge una vecchia chiesa in laterizio con la facciata più o meno guastata da un restauro moderno di poco prezzo ed uno strano campanile cilindrico, forato da piccole finestre ad arco che ci riconduce molto vicino al v secolo. Queste chiese costituiscono il concreto elemento di interesse di Ravenna e la loro peculiare importanza risiede nel fatto che, dopo tredici secoli di ben intenzionate spoliazioni, esse ospitano ancora un'ineguagliabile raccolta di mosaici della prima età cristiana. Si tratta di un interesse schietto, qualcuno potrebbe dire, fin quasi ad apparire aspro che guida l'attenzione di ciascuno per una via stretta e lineare. A Roma ci sono chiese più antiche e chiese che, se le si considera come musei, offrono un'informazione più varia e ricca; a Roma però, ad ogni passo si incespica in qualche curiosa memoria pagana, spesso bella abbastanza da far vagare il pensiero altrove, lontano da quelle strane e bizzarre forme del cristianesimo primitivo.
 

D'altro canto Ravenna iniziò a vivere con la Chiesa e tutti i suoi monumenti, tutti i suoi resti antichi hanno un'armoniosa rigidità. Attorno alla metà del I secolo, la città ebbe un santo esemplare, Apollinare, discepolo di Pietro, cui sono dedicati i due più bei luoghi di culto del luogo. E fu appunto verso uno di questi, chiamato scherzosamente "nuovo", che diressi i miei primi passi. Mi soffermai un poco all'esterno, a guardare la grande e rossa torre campanaria di forma cilindrica, così rugginosa, così sgretolata, così arcaica eppure così risoluta a far sentire i propri rintocchi ancora per uno o due secoli; poi mi inoltrai nella frescura dell'interno, tra le lucenti colonne marmoree, le strane lapidi coperte di antichi rilievi, i sarcofagi e i lunghi mosaici che scintillano in alto, sulle pareti della navata centrale. Sant'Apollinare Nuovo, come la maggior parte delle sue consorelle, è un vero e proprio repertorio di tipologie della prima età cristiana: frammenti di marmo giallo ricoperti da curiosi emblemi scolpiti e relativi alle prime asserzioni dogmatiche; grandi vasche appena sbozzate che un tempo accolsero le ossa di antichi vescovi; sedie episcopali il cui marmo appare consunto da secoli di attrito con le solide persone dei prelati; lastre provenienti dalle fronti di antichi pulpiti, con geroglifici incisi d'astrusità quasi pari a quella degli ideogrammi egizi, con agnelli, pesci, cervi ed altri animali, il cui referente teologico appare ancora meno evidente. È su questi strani oggetti che sembra fissarsi lo sguardo di queste strane immagini dei mosaici, con i loro volti colorati e lo sguardo fisso, abbastanza vive da parlarvi, da rispondere al vostro stupore, raccontandovi in un cattivo latino della decadenza i vari modi in cui si esprimevano la loro fede e il loro culto. Su ogni lato, vicino alla porta, compaiono per prime case e imbarcazioni, oltre a vari elementi caratteristici dell'antica Ravenna; poi inizia su un lato una lunga processione, composta da ventidue vergini vestite di bianco e da tre deferenti magi, che termina ai piedi di un trono sul quale è assisa la Madonna con il Bambino circondata da quattro angeli; dall'altra parte, un numero eguale di santi - per essere precisi sono venticinque - che recano in mano delle corone, si dirigono verso un Salvatore seduto in trono tra angeli di singolare espressività. Che cosa di preciso questi serafini dalle lunghe figure slanciate intendano esprimere non sono certo in grado di dirlo; tuttavia, a guardarli bene, dagli stretti ovali dei loro occhi sfugge uno sguardo obliquo che, sebbene non privo di dolcezza, mi indurrebbe certo a mormorare una preghiera di scongiuro o qualcosa di simile, se mi dovessi trovare solo nella chiesa al calar delle tenebre. L'intera opera risale alla fine del sesto secolo e si trova in un ottimo stato di conservazione. Lo sfondo dorato scintilla come se fosse stato posto in opera appena ieri, mentre qualcuna delle figure appare eseguita quasi in modo troppo moderno perché possa risultare interessante; per la mia sensibilità il fascino del mosaico si limita all'infanzia dell'arte. Il grande Cristo, che è inserito nella sequenza di cui parlo, è una pittura assai elaborata, eppure mantiene una sufficiente dose di rigida ortodossia che lo rende impressionante nel senso più autentico e originale del termine. È vestito di porpora, come un imperatore, i capelli e la barba sono arricciati ad arte, le sopracciglia sono arcuate, la carnagione è fresca e brillante, l'aspetto nell'insieme è quello che la fantasia popolare avrebbe potuto attribuire a Onorio o a Valentiniano. È tutto molto bizantino, eppure vi ho scoperto molto di quell'attrattiva che è inseparabile, per un'immaginazione semplice, da ogni antica raffigurazione di Nostro Signore. In buona sostanza non è più autentica delle più o meno plausibili invenzioni di Ary Scheffer e Holman Hunt, ma a dispetto di ciò, acquista un certo pregio, fittizio forse, ma irresistibile, per il semplice fatto che essa è dodici o tredici secoli più vicina all'originale. Significa qualcosa il fatto che questo fosse il modo in cui la gente del sesto secolo si figurava come doveva essere Gesù; l'immagine ha subito pochissime modificazioni presso le folle. Il grande monarca vestito di porpora sulla parete di Ravenna è infine un Cristo molto potente e deciso e l'unica obiezione che debbo muovergli è che, sebbene nei suoi tratti caratteristici debba aver posseduto una partecipazione completa alla divina prescienza, egli non tradisce alcuna apprensione per il Dottor Channing e per il Signor Renan. Se le vostre preferenze si collocano, per ragioni di distinzione, tra l'antica semplicità e la moderna fantasia, bisogna pure ammettere che la semplicità rappresenta qui per voi un orizzonte veramente grandioso.
Il resto della mattinata lo trascorsi passando incantato dalle calde strade inondate di luce dorata al freddo e grigio interno delle chiese. Quel grigio però era dovunque vivificato dallo scintillio delle volte e delle trabeazioni ricoperte di mosaici più o meno arcaici, ma sempre brillanti ed elaborati; dovunque si sentiva anche lo stesso profondo stupore per il fatto che, mentre i secoli erano trascorsi ed erano caduti e risorti imperi, queste piccole tessere colorate di pasta vitrea rimanevano nelle loro sedi conservando intatta la loro freschezza. Non ho spazio sufficiente per elencare tutte le varie splendide gemme della raccolta e, a dire la verità, il ricordo che conservo di loro si è ormai trasformato in un unico, indifferenziato atto della memoria. L'aspetto generale del luogo, la sua quiete sepolcrale, il suo penetrante profumo di caducità, di decadimento, di mortalità, mescola i tratti distintivi e rende confusi i dettagli. La Cattedrale, alta e immensa, è stata sottoposta ad eccessive modernizzazioni e tale fatto appariva più che evidente nell'abbondante apparato decorativo di orpelli e di velluti, in vista del centenario di Sant'Apollinare che sarebbe stato il mese appresso. In quest'occasione le cose vanno fatte con ogni cura ed un amabile ravennate mi informò che una sola famiglia aveva versato un contributo di tremila franchi per un mese di musiche vespertine. Pertanto mi parve che sarebbe stato gradevole aggirarsi a lenti passi, nella luce del crepuscolo agostano, lungo la navata tranquilla di Sant'Apollinare, e osservare i grandi mosaici con l'accompagnamento delle belle voci di un coro. Ricordo abbastanza bene comunque l'imponente chiesa ottagona di San Vitale, simile ad un ufficio di cambio o a una dogana. Credo sia stata costruita sul modello di Santa Sofia a Costantinopoli. Ha una grande estensione in altezza ed è decisamente solenne, ed ha pure il coro con la sua fitta decorazione figurale a mosaico sull'archivolto e sull'abside, risalente all'epoca di Giustiniano. Si tratta di veri e propri quadri, pieni di movimento, di gestualità e di prospettiva, le cui tinte sono state smorzate dal tempo quel tanto che basta a convincere l'osservatore della loro antichità. Al centro della chiesa, sotto la grande cupola, stava allora seduto un artista che fu oggetto della mia invidia, il quale era intento a comporre uno studio su uno scorcio del coro, con le sue luci smorzate, l'altare decorato e le pareti incrostate e scintillanti. Il dipinto, una volta terminato, sarebbe stato appeso, suppongo, ad una parete della biblioteca nella casa di una qualche persona di buon gusto; eppure, anche se il risultato fosse stato ancora migliore di quanto non desse a vedere - non ci feci molto caso - tutto il buon gusto possibile non avrebbe mai potuto narrare al suo proprietario, a meno che non ci fosse già stato, in quale angolo silenzioso, consunto, appartato dell'antica Italia quel quadro era stato dipinto. Un luogo migliore per un artista che nutra passione per gli oscuri recessi architettonici, sebbene qui l'oscurità sia eccessiva ed egli possa avere delle difficoltà a distinguere il verde dal rosso, è la piccola e straordinaria chiesa dei Santi Nazaro e Celso, altrimenti conosciuta come il mausoleo di Galla Placidia. Si tratta forse del punto, nell'intera Ravenna, dove l'impressione possiede un'autorità sovrana ed una grande forza emotiva. L'edificio consiste in un ambiente basso, coperto a volta, con pianta a croce latina, le cui superfici interne sono totalmente ricoperte, se si esclude il pavimento, da fitti mosaici di soggetto simbolico. Su entrambi i lati e dinnanzi a voi, attraverso la luce fioca, si scorgono appena tre enormi sarcofagi barbarici che contengono i resti di altissimi personaggi del basso impero. È come se la storia si fosse nascosta sotto terra per sfuggire alle ricerche e voi l'aveste felicemente riportata alla luce. Sulla destra trovano ricetto le ceneri dell'imperatore Onorio e al centro quelle di sua sorella Galla Placidia, una donna che credo debba aver trascorso una vita decisamente avventurosa. Dall'altra parte sono sepolte le ossa di Costanzo III. Il luogo potrebbe assomigliare ad una piccola grotta naturale, striata di minerali luminescenti; c'è qualcosa di assolutamente spaventoso a sostare in silenzio così vicino a questi tre fantasmi imperiali. L'ombra del gran nome romano si stende su quei giganteschi sepolcri e dimora per l'eternità dentro quelle anguste pareti.
Altri ricordi indugiano tuttavia in quei luoghi, oltre a quelli dei primi vescovi e di imperatori degeneri. Qui visse Byron e Dante vi morì; la tomba di questi e la casa dell'altro figurano tra i punti di cui si consiglia la visita. Il sepolcro di Dante, va pur detto, è tutto fuorché dantesco e l'intero recinto è sistemato con quel bizzarro cattivo gusto che contraddistingue la maggior parte dei tributi che l'Italia contemporanea eleva ai propri grandi. L'autore della Divina commedia, ricordato in stucco persino in un cantuccio sonnolento della città, non ispira simpatia. Per fortuna di tutti i poeti, essi non hanno bisogno di monumenti, poiché sono innanzitutto architetti della parola e con essa si costruiscono templi di gloria più solidi delle mura ciclopiche. Se la tomba di Dante non è dantesca, neppure la casa di Byron è byroniana; si tratta infatti di un'abitazione modesta e grigia disposta su due piani, che dà direttamente sulla strada, quasi del tutto priva di isolamento e di mistero. Ai tempi di Byron era una locanda ed è piuttosto curioso pensare che Caino e La visione del Giudizio siano state scritte in un albergo. Il fatto fornisce un precedente d'incredibile efficacia per i turisti ad un tempo sentimentali e letterati che si vogliano astrarre dal mondo. Debbo in verità dichiarare che l'aver fatto la conoscenza di Ravenna ha aumentato in misura considerevole la stima che nutro per Byron, aiutandomi a rinnovare la fede nella sincerità della sua ispirazione. Solo un uomo de son temps, tanto quanto lo era l'autore delle opere di cui si è detto e di altre, può aver trascorso due lunghi anni in questa città stagnante con il solo scopo di trarre un grande e disinteressato piacere dal suo proprio talento.
Aveva, a dire il vero, un buon passatempo - le varie chiese erano ornate dai monumenti degli antenati dei Guiccioli - ma ciò nondimeno è evidente che Ravenna, cinquant'anni fa, doveva essere un luogo d'una tristezza insopportabile per uno straniero distinto e non dotato di risorse intellettuali. L'ora che si passa in compagnia della memoria di Byron è perciò quasi intrisa di compassione. Dopo tutto, ci si dice allontanandosi dalla piccola e magniloquente lapide posta sulla facciata della sua casa e volgendo lo sguardo alla vista mortalmente provinciale della strada vuota e assolata, l'autore di stanze così superbe, chiedeva al mondo meno di quanto egli stesso donava. Uno dei suoi svaghi consisteva nel fare una cavalcata nella Pineta che inizia ad un paio di miglia dalla città e che si estende per altre venticinque lungo le sabbie dell'Adriatico. Anch'io vi andai a cavallo, sulle orme di Byron, di Dante, di Boccaccio, i quali tutti l'hanno inserita nel loro narrare, alla ricerca di un possibile soffio di fresca brezza marina. Tra la città e la foresta, nel mezzo di un terreno paludoso e malarico, si innalza la più bella delle chiese ravennati, l'imponente tempio di Sant'Apollinare in Classe. L'imperatore Augusto aveva costruito nei dintorni un porto, per la sua flotta, che i secoli hanno insabbiato e che sopravvive solo nel nome di questa antica chiesa. La sua posizione di assoluta solitudine ne raddoppia l'effetto.
Le sue grandi porte si aprirono dinnanzi a me, facendo filtrare un raggio di calda luce nella splendida navata, tra le ventiquattro colonne di marmo cipollino soffuse da una luminescenza perlacea; e la luce sali anche per l'ampia scalinata dell'abside, per poi trascorrere sotto i mosaici della volta. Rimasi lassù in alto per una memorabile mezz'ora, seduto in quell'onda di luce morbida, a guardare in basso la grigia e fredda ampiezza della navata, e poi fuori dalla porta spalancata, verso il verde vivido degli stagni, porgendo l'orecchio a quella quiete malinconica.
Per un'ora vagai nel Bosco delle Associazioni, tra i tronchi alti protesi ed argentei dei pini, avendo a lato un fiumiciattolo che mi condusse fino al limite esterno della foresta, ad una visione di vele bianche che scivolavano scintillando dietro le dune. Tutto comunicava in senso nobile e infinito del "caratteristico", ma poiché gli alberi erano lontani l'uno dall'altro ed ergevano alto contro il cielo azzurro null'altro che il loro piccolo parasole di foglie, suppongo che in un abbagliante giorno d'estate sia proprio un bosco di questo tipo a rappresentare il tratto più caratteristico di un paese e di un clima come questo, l'essere cioè senza alcuna ombra.

1873

Henry James, Ore italiane. Milano, Garzanti, 1984.

Pagine a cura della Redazione Locale

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Data ultima modifica: 25/02/2014

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