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Ravenna I

Oscar Wilde (1854 - 1900)
Ravenna, Poesie

I.
Or è un anno conobbi e respirai l'aria d'Italia,
Eppure questa nostra nordica primavera mi par bella,
Questi campi che marzo ha fatti d'oro con i suoi fiori,
Il tordo che gorgheggia sul larice piumato, le cornacchie
Che gracchiano, nel cielo, le colombe selvatiche
Dal volo saettante, le nuvolette che corrono il cielo;
E bello il capo mollemente chino delle viole, la primula
Smorta per desiderio d'amore, la rosa che fiorisce,
Sui rovi rampicanti, l'aiuola degli eliotropi che sembra
Una luna di fuoco circondata da un anello di vivida ametista,
E tutti i fiori della nostra terra a primavera:
I dolci bucaneve e i fulgidi narcisi costellati.
Alta si leva l'allodola a volo dalla sponda del rivo
Chiacchierino, l'imperlata rugiada degli albori
Spezzando, e lungo il fiume, come azzurro guizzo di fiamma,
E pari a freccia snello il martin pescatore fende, l'aria,
Mentre il fanello bruno nel boschetto di sempreverdi
A piena gola canta.
Or è un anno! assai poco tempo invero
Da quando quel sovrano clima io vidi, dove ogni fiore
E frutto maturando s'accende di fulgore, e come chiare
Lampade i pomi favolosi splendono. Era la primavera
Nel suo pieno rigoglio, e lungo ricche viti in fiore,
Scuri boschetti d'ulivi e pinete dalle nobili chiome
lo cavalcavo a piacer mio, ed era dolce l'aria
Umida e lieta, e risonava sotto gli zoccoli ferrati
Del cavallo la bianca strada, e sull'antico nome
Di Ravenna meditando, all'occaso tenevo l'occhio
Intento, fin che rosso d'infocate ferite il cielo volse
Il suo colore di turchese in rosso.
Oh, quale passione
Giovanile arse il mio cuore, quando oltre i canneti
E la palude io vidi chiara sorgere la Città Sacra
Dalla sua corona di torri incoronata! Avanti,
Avanti, in gara con il sole io galoppai,
E prima che le luci del tramonto
Fossero al tutto spente, entro la cinta
Murata finalmente mi trovai.

II.
Quale strano silenzio! Non un suono di vita o d'allegrezza
Muove l'aria; né giovane Pastore lietamente
Modula la sua avena, né durante l'intero giorno
S'odono le voci gioiose dei bambini ai loro giochi:
Oh, triste e dolce e silente! per certo si potrebbe
Qui vivere lontani dai timori che assediano la mente,
Seguire la mutevole vicenda delle stagioni,
Dalla Primavera amorosa alle piogge dell'inverno
E alle nevi, e pensiero d'affanni mai non avere;
In verità qui sono l'acque del Lete e quell'erba
Fatale che induce l'uomo all'oblio della patria.

Sì! fra prati di loto tu dimori, come Proserpina
Dal capo cinto di papaveri, che le sacre spoglie
Guarda. dei morti. Però che sebbene la tua stirpe.
Guerriera più non viva, sono i tuoi nobili morti tuttora
Presso di te, essi almeno fedeli al tuo onore:
Conservali gelosa, o città senza prole! È nelle tombe
Solitarie ove riposano i Grandi del Tempo
Un incantesimo possente, che suscita nel cuore
Dei mortali sogni di gesta magnanime e forti.

III.
Quella colonna solitaria, eretta sulla pianura
Segna il luogo dove mori il più valoroso paladino
Di Francia, Principe dei cavalieri, Gaston de Foix,
Signore della guerra: una stella immatura lo condusse
Contro la Città Sacra, ed egli cadde come cade un leone
Della selva, fieramente affrontando il suo destino.
Alla vita sottratto mentre ancora amore e vita erano nuovi,
Giace sotto l'ininterrotto velo azzurro di Dio;
Simili ad alabarde ondeggiano sopra il suo capo alte lance,
E più vivo scarlatto tinge gli oleandri, dove la sua fulgente
Giovinezza a fiotti cremisi dilagò tra zolla e zolla.

Più oltre, verso quel tumulo infranto, tu guarda,
Ove racchiuso entro una tomba regale, dalla mano
D'una figlia edificata, in solitaria tenebra,
Teodorico dalle membra immani, il re dei Goti, dorme
Dopo tante ardue lotte e conquiste. Non ha il tempo
Risparmiato il suo guasto: vento e pioggia
Hanno abbattuto il fortilizio; e ancora vediamo
Come possente signora del tutto sia la Morte,
E re e bifolco debbano entrambi in polvere finire.

Possente invero quella loro gloria!
Re Goto o cavaliere o la regina stessa, poveri e vani
Tuttavia appaiono ai miei occhi, a paragone
Dalla tomba ove Dante dal dolore ha il suo riposo.
All'aria aperta sorge il sepolcro dorato;
Esperte mani d'artista hanno scolpito
Su di esso la bianca fronte, calma come l'ora
Dell'alba, gli occhi un tempo fiammeggianti
D'amore appassionato e di disprezzo,
Le labbra che cantarono del Cielo e dell'Inferno,
Il viso modellato a mandorla che Giotto
Così bene dipinse, il viso consunto di Dante;
Ancor oggi, nel suo porto di pace, lontano dalle gialle
Acque dell'Arno, dove la torre di Giotto si leva
Come giglio di marmo sotto cieli di zaffiro!
Ahimè, mio Dante! il dolore tu conoscesti
Di più basse vite, le catene brucianti
Dell'esilio, quanto dure le scale dei sovrani,
E tutte le miserie che avviliscono
La natura più nobile dell'uomo sotto il rovello
Dei torti patiti. Questo squallido mondo
È tuttavia grato a te del tuo canto; ogni paese
Ti rende omaggio, la stessa crudele regina di Toscana,
Rivestita di vigneti, che impose alla. tua fronte viva
Un serto di spine, oggi di lauro adorna la tua tomba
Vuota, e invano le ceneri del suo figholo invoca.

O esule sovrano! il tuo dolore ora è compiuto:
Accanto a Beatrice l'anima tua procede
E le tue ceneri Ravenna guarda: puoi dormire in pace.

IV.
Come questo palazzo è desolato! Come grige
Le mura! In queste sale echi più non ridesta
Menestrello alcuno. Arrugginisce sulla porta.
La catena spezzata, insidiose erbacce hanno spaccato
Il pavimento di marmo: qui si cela il serpe,
Qui guizzano le lucertole nel sole
Presso gli occhi socchiusi dei leoni di pietra.
Qui fu Byron per due lunghi anni, novello Antonio,
Che del mondo fece un'Azio novella, e tuttavia
Non tollerò che l'anima regale scemasse di splendore,
O la sua lira s'infrangesse, o perdesse la sua spada
Tempra e valore per le male arti d'una regina
D'Egitto. Un possente grido si levò dall'Oriente,
Sorse la Grecia in piedi per la Libertà,
Lo invocò da Ravenna, cavaliere con più nobile cuore
Mai non corse ove più aspra ferveva la lotta!
Nessuno sulla terra insanguinata più valoroso cadde,
E fu portato alla sua tomba come uno Spartano
Sopra il suo scudo! O terra degli Elleni! Nell'ora
Dell'orgoglio nel tuo giorno di gloria e di potenza
Rendi onore a colui che morì per affrancare
Le tue membra dai ceppi: O Salamina! O solitaria piana
Di Platea! O flutti del selvaggio mare Eubeo!
O spazzate dai venti, solitarie cime delle Termopili!
Vi amava egli sopra ogni cosa... si, non solo con le parole,
Poi che, generoso, lira a voi dette e spada,
Come un tempo Eschilo, buon soldato a Maratona.

E cosi l'Inghilterra mena vanto del suo figliolo,
Del poeta eroe, primo, nel canto e primo nella lotta.
Ora non più la perfida calunnia striscerà
Come sempre velenosa sopra il. suo nome immacolato,
O l'alto blasone insozzerà della sua gloria.

Però che pari all'agognata fronda
Onde il viso del primo nella gara s'illumina di gioia,
Pari al segno della croce scarlatta che protegge
I soldati alla guerra, e pari al faro luminoso
Veduto di lontano dai marinai sul mare
Infuriato, fu il suo amore di Grecia e Libertà!

Byron, le tue corone sono sempre roride e verdi:
Petali di rose, di rose rosse dalla Mitilene
Di Saffo cingeranno la tua fronte; per te fiorisce
Il mirto nelle occulte radure della Castalia deserta;
Attendono la tua venuta i lauri: t'appartengono tutti,
E le tue tempie, d'imperituro serto cingeranno.

V.
Ondeggiavano i pini sotto il fiato della sera
Con il murmure roco dei mari nell'inverno, e gli alti
Fusti, luce d'ambra striava intensa e viva: per il bosco
Vagai, ebbro di gioia, un uccellino impaurito fece
Neve di tutti i fiori le frementi ali battendo
Rapido; ai miei piedi come argentee corone
Si levarono i pallidi narcisi, e il suo cantore
Aveva ogni rametto; oh, sotto il vento fogliose cime
Ondeggianti; oh, sovrana libertà della selva!
Almeno in questi vostri ricetti sciolto di catena
È l'uomo, e quasi può dimenticare la fatica
Del vivere e la lotta: più caldo scorre il sangue
E a nuova vita si destano le vene, mentre il bosco
Riempiono di nuovo iddii creduti da. tempo morti;
A lungo riguardai, e per certo speravo di, vedere
Un Pane dal più fesso zufolare allegro tra le canne,
Una sgomenta vergine ninfa in pudibonda fuga!
O nascoste tra. i cespugli le membra morbide e brune,
La faccia lasciva e traditrice d'un dio della selva!
Diana cacciatrice dalle bianche carni,
Regina orgogliosa. e terribile, seguita. dalla muta
Irrequieta. dei suoi levrieri; o nel limpido
Rivo a specchiare il volto giovanetto.

O vano cuore! O folle sogno ellenico!
In breve i malinconici rintocchi delle campane
A sera, dal convento la squilla vespertina,
Alle mie orecchie discesero tra gli amorosi fiori.
Ahimè! Ahimè! quell'ore dolci e liete
Avevano sommerso come un mare dilagante il mio cuore,
Soverchiato ogni tetro pensiero di Getsemani.
 

VI.
O deserta Ravenna! Delle tue glorie passate
Quanto, ai nostri giorni, si parla tuttavia:
Ben venti secoli sono, passati da quando vedesti
Cesare vincitore cavalcare verso il trionfo.
Possente il tuo nome, quando le magre aquile di Roma
Dall'isole britanniche volarono sino all'Eufrate azzurro;
E delle genti alta. regina fosti, sino al giorno
Che le tue strade furono sommerse da Unni e Goti.
Disincoronata. dall'uomo, abbandonata. dalle onde,
Tu dormi, ed è il dolore la tua culla!
Le tue mille galere, quasi bosco di pini
Più non solcano il tuo mare! Però che dove
Le navi rostrate solevano solcare i flutti,
Suona la triste nota del pastore stanco;
E le pecore bianche sono sparse
Ov'era un tempo il mare violetto.

O bella! O triste! O squallida Regina!
In disfatta. bellezza morta giaci, tra le sorelle, sola;
Poi che infine l'italo re guerriero la sovrana
Porta di Roma ha superata, e cinto
La sua corona negli eccelsi templi
Dell'Eterna Città! Il Palatino
Ha salutato il suo, ritorno, e l'eco
Del suo nome dai sette colli suona!

Napoli è uscita dal suo tetro sogno,
E si fa beffe del tiranno! A nuova vita è risorta
Venezia dall'acque! Alto risuona in Genova
Superba il grido che saluta Amore e Luce,
Giustizia e Libertà, e dove in aria
Si levano le cuspidi marmoree di Milano;
Dall'Alpi alla Sicilia quel grido suona, e il gran sogno
Di Dante non è più oggi, come allora, sogno.

Ma tu, Ravenna, più cara fra tutte,
I tuoi palazzi ruinati sono un manto luttuoso
Che la tua morta grandezza ricopre! il tuo nome
Come una grigia fiamma di candela arde d'incerta
Luce nell'intenso sole meridiano dell'Italia
Nuova; poiché la notte è compiuta, la notte
Dell'oscura oppressione, e il lieto giorno
Sfolgorante è sorto: gli austriaci mastini
Dalla terra sono scacciati, oltre le cittadelle
Coronate di ghiaccio che circondano
L'ampia distesa della Lombardia
Regale, da occidente sino al mare.

In verità io so che tuoi figlioli
Nelle acque di Lissa sono morti
Per te, e ad Aspromonte, e sulla piana
Di Novara, ne sono morti invano: e tuttavia
Mi sembra che bevuto tu questo vino non abbia,
Spremuto dall'uve della Libertà divina,
Non seguito la stella imperitura
Che conduce le genti alla battaglia.
Stanca di vita, silente tu dormi, come chi noti
Allungarsi le ombre a poco a poco,
Né l'eterna fuga curi dell'ore, un suo giorno
Di gloria passato lamentando, poiché il sole
Di Libertà non t'ha mostrato il volto,
Né face hai conquistato nella corsa.

Dal sonno tuttavia non ridestarti: riposa
A tuo talento fra i tuoi campi ambrati d'asfodeli,
Fra i tuoi prati sparsi di gigli: lì tu posa
E ridi d'ogni umana grandezza: chi oserebbe
I meschini dolori lamentare della sua vita
Innanzi alle rovine che tu mostri, o lodare
Le conquiste ambiziose dei re o lo sterile orgoglio
Delle nazioni in guerra? Non fosti tu la Sposa
Del rapace Duca dell'Adriatico selvaggio?
Non furono le nazioni in tua balla, Regina
Del duplice Impero. Aperte sono oggi le tue porte
La notte e il giorno, cresce l'erba verde
Sopra ogni torre e palazzo, e lo squallido
Fico ha rotto la tua cinta murata; e dove
I tuoi guerrieri riposavano ha fatto il gufo
Della mezzanotte il suo nido segreto.
Quanto in basso caduta dagli eccelsi tuoi fastigi
Tu sei, città costretta entro le spire del Fato!
E nulla dell'antica gloria oggi rimane
Fuor che un triste scudo e una corona di bacche appassite!

In questa notte di guerre e terrori,
Chi può mai, tuttavia, dall'alto d'una placida torre
Guardare al futuro, chi predire di quali gioie il giorno
Ci fari dono, o perché anzi l'alba levi canto il fanello?
Tu, tu stessa potresti ridestarti, come a nuovo
Rosso splendore dalla nivea tomba si ridesta
La rosa, come ricchi campi di grano in vivo rosso
E oro sorgeranno da questi solchi bruni, ora stretti
Dal gelo, dell'inverno, quale perfetta stella dalle nubi!

O città prediletta! assai lontano
Ho vagato dall'isole natìe cinte dal mare,
Ho veduto il mistero della Cupola grigia
A poco a poco rivelarsi dall'Agro desolato,
Vestita della porpora regale del giorno:
Anche ho veduto tramontare il sole dietro il colle
Di Corinto dalla città dal serto di viola,
E dai colli fioriti dell'Arcadia sotto le stelle
Ho veduto il <<molteplice riso>> del mare;
E tuttavia ritorna a te il perfetto amore
Del mio cuore come colomba al suo nido la sera.

O cittA del poeta! uno che appena
Venti estati ha vedute il loro verde manto
Spargere al suolo per vestirne l'Autunno, invano
Tenterebbe un alto canto strappare alla sua lira
In lode dei tuoi giomi di gloria; nulla invero
È il tenue mormorio d'agresti note, dove fiero
Clamore d'oricalchi dovrebbe far tremare il cielo
E tutto arrossarlo di fiamme! e folle impresa
Sarebbe cimentarsi in tanto eccelsi argomenti:
Più nobile fervore mai arse nel mio cuore, tuttavia,
Di quello ch'io provai quando il silenzio
Delle tue vie gli zoccoli ferrati del mio cavallo
Ruppero, e io vidi, in capo a lunghi giorni
Di viaggio, la città che vorrei oggi cantare.

VII.
Addio, Ravenna! or è soltanto un anno
Sostai a guardare il vivido tramonto
Dalla chiesetta solitaria,sulla tua piana
Paludosa: il rosso cielo era come uno scudo
Che il morente sole macchiasse di sangue
E battaglia, e in occidente avevano le nubi
Intessuto una porpora regale, degna
D'un grande Iddio, mentre in un mare d'aria viola
Sprofondava l'aurea galera del Signore della Luce.

Qui tuttavia fiorisce nel silenzio
Solenne della notte la marea dei ricordi:
E il mio amore si ridesta: la Primavera
È ora dell'Amore, ma tra breve su ogni
Albero e prato splenderà la regale fioritura
Dell'Estate, e più vivide corolle spunteranno tra 1'erba,
E bianchi gigli che giovanette mani coglieranno.
Il vincitore dell'Estate, il ricco Autunno,
L'usuraio settembrino, presterà poi il suo oro
A tutti gli alberi, lo vedrà sperperato dalla brezza
Spendereccia, e sarà quindi la volta
Del grigio Inverno freddo e desolato.
È questo il ciclo perfetto dell'anno.
In egual modo dalla giovinezza agli anni più maturi
Noi passiamo, ai giorni stanchi, ai capelli di neve.
Solamente l'Amore non ha inverno, non muore mai,
Né cura le tempeste corrucciate, né i plumbei cieli.
E il mio per te non avrà fine mai, sebbene
Sia fiacco il canto delle inette labbra.

Addio! Addio! La stella della sera,
Ambasciatrice della notte, splende all'orizzonte
E consiglia al pastore di ricondurre la greggia all'ovile.
Forse, prima che i nostri mari d'oro distesi sulla terra,
Siano stretti dai mietitori in file di covoni,
Forse, prima ch'io veda nuovamente le foglie dell'Autunno,
Le tue mura io rivedrb, e deporrb ai tuoi piedi
L'eterno alloro del poeta.

Addio! Addio!
Laggiù l'argenteo e chiaro lume della luna,
Che volge in mezzogiorno la mezzanotte,
Imbianca le tue torri, fa buona guardia
Ove Dante riposa, e Byron ebbe caro dimorare.

(Traduzione: Carlo Izzo)
 

Pagine a cura della Redazione Locale

e-mail Redazione: turismo@comune.ravenna.it

Data ultima modifica: 25/02/2014

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