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La Via dei Romei

Via dei RomeiVia dei Romei
Il percorso litoraneo che mette in comunicazione Venezia con Ravenna, la via Romea(SS 309), è un tracciato di recente realizzazione, ispirato alla via Popilia che nell'antichità, con un andamento spostato più a occidente, metteva in comunicazione Ravenna con tutti i centri altoadriatici, fino ad Aquileia. La denominazione "Romea", la cui origine può riferirsi sia al fatto che la strada consentiva di giungere fino a Roma, sia al fatto che il percorso riprendeva antichi tracciati "romani", ha portato a crederla una strada privilegiata per i pellegrini diretti alla Città Santa.

La via Romea oggi attraversa una vasta pianura a tratti ancora paludosa, a tratti boschiva, animata da qualche piccolo centro abitato. In antico il tragitto Venezia-Ravenna doveva svolgersi in parte via mare, e solo in parte, e in prossimità di Ravenna, via terra e a guado, lungo l'antico percorso del Po di Primaro, oggi fiume Reno. Giunto in prossimità di Ravenna il viaggiatore si imbatteva in numerose costruzioni, la maggior parte delle quali di tipo religioso, e in un ospizio per pellegrini ubicato alla foce del Primaro. Le costruzioni religiose erano monasteri di cui oggi conosciamo solo il nome, e in alcuni casi l'ubicazione: Sant'Adalberto in Pereo, Santa Maria in Palazzolo, Santa Maria della Rotonda. L'abitato di Ravenna, ricchissimo di luoghi di culto, mantiene attualmente nella strutturazione del centro storico, l'assetto topografico attribuitogli nei secoli V e VI; in tale periodo la città fu sede dapprima della capitale dell'Impero romano d'Occidente (402- 476) godendo per più di un ventennio dell'illuminata presenza di Galla Placidia, madre dell'imperatore Valentiniano III, poi del regno ostrogoto di Teodorico (493-526) e, infine, del protettorato bizantino dipendente dall'Impero romano d'Oriente. Tale assetto doveva essere ancor più evidente nei secoli passati quando la città fu luogo di transito o meta di pellegrinaggio, poiché dopo lo sfarzo di quei due secoli il sito non subì modifiche topografiche o edilizie di grande rilievo fino al secolo XVI. Cosicché oggi, come nel medioevo, nell'edilizia religiosa cittadina si conservano in numero preponderante chiese strutturate secondo i moduli architettonici ricorrenti nei secoli V e VI, che oggi è possibile vedere nel loro aspetto primitivo grazie ai restauri operati sin dai primi anni del XX secolo. Ed anche i vasti tratti delle mura urbiche di V secolo ancora visibili contribuiscono, oggi, a calarsi in quella che doveva essere la città del passato. Il centro religioso della città è costituito dal complesso episcopale.

L'odierno duomo venne realizzato dopo il 1744 in sostituzione della più antica cattedrale, fabbricata sul finire del IV secolo o agli inizi del V dal vescovo Ursus e ristrutturata nel medioevo; dell'antica costruzione si conserva solo il campanile cilindrico, realizzato in diversi tempi nel medioevo. A fianco della cattedrale si erge ancora l'antico battistero che nel suo aspetto attuale è frutto di due distinte fasi costruttive, l'una da attribuirsi al vescovo Ursus, e l'altra, posteriore di circa un cinquantennio (la si data in genere, attorno al 458 circa), al vescovo Neone, che dotò la primitiva struttura, a pianta ottagonale con tetto piano, di una cupola che per sua volontà venne decorata con un ricco mosaico, giunto fino a noi; il prezioso mosaico raffigura, al centro, il Battesimo di Cristo.

Nella fascia decorativa che circonda l'immagine centrale, suddivisa in dodici settori da altrettante candelabre d'acanto, è raffigurata la schiera degli Apostoli, capeggiata da Pietro e Paolo che si ricongiungono ai piedi del Cristo e, in un ulteriore registro, si vedono composizioni architettoniche all'interno delle quali si alternano troni ed altari. A oriente della cattedrale si sviluppa l'imponente struttura di servizio dell'episcopio, composta da varie costruzioni, aggiunte e modificate continuamente a partire dal V secolo. Il complesso ingloba la fabbrica nella quale è ricavata la cosiddetta cappella di Sant'Andrea, cioè l'oratorio privato degli arcivescovi di Ravenna, riccamente ornato di mosaici; nel vestibolo della cappella, allestita durante l'episcopato di Pietro II (494-519), quando Ravenna era sede del Regno ariano di Teodorico, è riportata una lunga iscrizione in mosaico, in parte ricostruita sulla base di antiche trascrizioni, nella quale viene affermata, attraverso l'esaltazione della potenza della luce, la dottrina cattolica antiariana. Ad essa si lega ideologicamente anche l'immagine collocata sulla porta di ingresso in cui è raffigurato Cristo in abiti militari nell'atto di calpestare un serpente e un leone, simboli del male. Nello stesso complesso si sviluppa anche il Museo Arcivescovile che raccoglie preziosissimi materiali, la maggior parte dei quali residui dell'atterramento dell'antica cattedrale, raccolti al momento della distruzione; ad essi sono stati associati alcuni preziosi materiali facenti parte di quello che potremmo definire il "tesoro della cattedrale", come ad esempio la cattedra d'avorio, che si ritiene appartenuta all'arcivescovo Massimiano (metà VI secolo), la croce d'argento del vescovo Agnello (seconda metà VI secolo, con pesanti rielaborazioni più tarde) ed un rarissimo calendario marmoreo indicante la data della Pasqua nel periodo compreso fra gli anni 532 e 626. Il complesso cultuale di maggiore rilievo della città, accanto all'episcopio, è quello che gravita attorno alla chiesa di San Vitale. La chiesa di San Vitale venne costruita grazie al finanziamento del banchiere Giuliano Argentario nel periodo in cui Giustiniano era Imperatore d'Oriente e venne consacrata nel 547 dall'arcivescovo Massimiano. L'edificio, che può essere ritenuto a buon diritto, sia per la strutturazione, sia per gli ornati, uno dei capolavori dell'architettura altomedievale occidentale, è a pianta ottagonale con un matroneo che richiama la contemporanea architettura del mondo bizantino. Di grande ricchezza l'arredo architettonico costituito da colonne e capitelli di marmo estratto dalle cave dell'Isola di Proconneso, importati prefabbricati da Costantinopoli e le stesure di mosaico. La decorazione musiva, che si dispiega nel presbiterio, segue un programma decorativo imperniato sul rito dell'Eucaristia, attraverso immagini tratte dalla tradizione biblica che alludono all'offerta al Signore (ospitalità di Abramo agli Angeli, Abele, Melchisedec) e che si svolgono accanto a scene della vita di Mosè. Nell'abside il Cristo sul globo simboleggia la sovranità sul mondo. La chiesa venne concessa sul finire del X secolo ai monaci benedettini che vi stabilirono un cenobio che acquisì una notevole importanza politica ed economica nella Ravenna medievale e moderna; nel corso dei secoli XV - XVIII il complesso monastico venne in gran parte ricostruito sulla precedente residenza e dotato dei tre chiostri che si conservano tuttora (oggi ospitano il Museo Nazionale di Ravenna). Nel recinto che delimita il cosiddetto "prato di San Vitale" si trova una piccola costruzione a pianta cruciforme che generalmente viene indicata come il mausoleo di Galla Piacidia; i più recenti studi hanno chiarito che l'oratorio non accolse mai le spoglie della sovrana, che morì nel 450; pur tuttavia la costruzione dell'edificio deve essere collocata verso la metà del V secolo e deve essere legata alla chiesa di Santa Croce, edificio di culto che tradizionalmente, anche se in mancanza di documentazione al riguardo, viene attribuito a Galla Placidia. La chiesa di Santa Croce, oggi ridotta ad un modesto edificio, è stata rimessa in luce nella sua strutturazione originaria grazie a numerosi interventi di scavo struttura a pianta cruciforme, dotata di portici esterni lungo i fianchi laterali e di un atrio davanti alla facciata (localmente denominato ardita); il cosiddetto mausoleo di Galla Placidia era addossato all'estremità sud dell'atrio. La decorazione musiva del sacello, uno dei complessi meglio mantenuti e più significativi della tarda antichità, è interamente incentrata su temi apocalittici e paradisiaci, tanto che si è ipotizzato, pur se si esclude la presenza dell'imperatrice Placidia, che l'edificio nascesse comunque con uno scopo funerario; al centro della volta a vela, la croce d'oro viene esaltata dai Quattro Viventi, e più sotto da otto personaggi, disposti a due a due, in cui sono stati riconosciuti gli Apostoli. Celebratissime dalla letteratura specializzata, oltre alle immagini delle colombe che si abbeverano al cantharos, sono le due lunette poste sull'asse principale dell'edificio, raffiguranti rispettivamente il Cristo Buon Pastore in abiti regali e un martire colto nell'atto di dirigersi verso la graticola del supplizio. Sebbene quest'ultimo personaggio, di cui gli antichi realizzatori non ci lasciarono alcun nome, venga tradizionalmente riconosciuto come san Lorenzo, c'è chi vi vuole scorgere la raffigurazione di san Vincenzo, un martire iberico molto amato nella prima metà del V secolo, o addirittura il Cristo stesso, prefigurazione di tutti i martiri. In prossimità del complesso di San Vitale è anche una chiesetta denominata Santa Maria Maggiore, composta da un corpo di fabbrica a tre navate, realizzato nel XVII secolo reimpiegando colonne e capitelli antichi, che si addossa ad una primitiva struttura, originariamente a pianta centrica con undici lati, nella quale è probabilmente da riconoscere una chiesa costruita, secondo la documentazione pervenuta, dal vescovo Ecclesio fra il 526 e il 532. Alla committenza della sovrana Galla Placidia va ascritta la basilica dedicata a San Giovanni Evangelista , costruita nel terzo triennio del V secolo per sciogliere un voto fatto dalla sovrana durante un difficile viaggio in mare da Costantinopoli a Ravenna. L'edificio, ristrutturato dopo la seconda guerra mondiale a causa dei gravi danni provocati da un bombardamento, era originariamente decorato con stesure in mosaico perdute nel XVI secolo. Dei mosaici restano interessanti descrizioni, che ci consentono di ricostruirne, anche se approssimativamente, l'aspetto globale, e soprattutto, le riproduzioni di alcuni pannelli che vennero inserite in un codice miniato del XIII secolo ora conservato presso la biblioteca Classense di Ravenna. La ricca decorazione prevedeva, accanto ad immagini celebrative della dinastia imperiale valentiniano-teodosiana, alla quale apparteneva Galla Placidia, la presenza di scene che avevano come soggetto miracoli in cui era coinvolta la sovrana, e in particolare la narrazione della traversata durante la quale Galla avrebbe formulato il voto di costruire una chiesa dedicata all'evangelista Giovanni, se fosse giunta a destinazione viva, e del miracoloso salvataggio, che è uno dei temi riproposti nel codice miniato cui si è fatto cenno. La raffinata architettura ed i materiali marmorei impiegati nei colonnati che dividono la navata centrale dalle laterali, perlopiù di recupero, fanno di questa basilica, anche se priva di quelle stesure musive che hanno reso note le chiese ravennati ovunque, uno dei più significativi monumenti della città.

 

San VitaleSan Vitale

Agli anni in cui la città fu sede del Regno di Teodorico (493-526) va attribuita la chiesa, in origine ariana, di Sant'Apollinare Nuovo, la cui primitiva dedicazione al nome del Salvatore venne mutata in San Martino dopo che nel 561 l'arcivescovo Agnello provvide a riconsacrarla al culto cattolico. L'attuale intitolazione a sant'Apollinare è di origine altomedievale e viene tradizionalmente riferita al trasferimento delle reliquie del martire Apollinare da Classe a Ravenna. Del primitivo rivestimento musivo, originariamente presente anche sull'abside, resta oggi l'ornato esteso lungo le pareti della navata centrale; la decorazione, scandita in tre registri, raffigura, partendo dall'alto, una serie di pannelli contenenti narrazioni della vita e della passione del Cristo; al centro, alcuni personaggi vestiti con tuniche e manti, da interpretare forse come profeti; infine, nel registro inferiore, due cortei che dal palazzo imperiale e dalla città di Classe procedono verso il Cristo e la Vergine in trono. In luogo delle attuali teorie di vergini e martiri, in origine nei cortei dovevano essere raffigurati personaggi della corte di re Teodorico, che vennero sostituiti al momento della riconsacrazione da parte di Agnello. La chiesa venne concessa nel medioevo ai monaci benedettini che vi stabilirono un importante monastero, passato nel 1513 ai frati minori osservanti.

Sempre riferibili agli anni di regno teodoriciano, sono l'edificio oggi denominato chiesa dello Spirito Santo, che è quanto resta della primitiva cattedrale ariana, e il piccolo edificio di forma ottagonale, in gran parte interrato, di fronte ad essa, da riconoscersi nel battistero , all'interno del quale la cupola reca ancora la primitiva decorazione in mosaico strutturata ad imitazione di quella del battistero della cattedrale ortodossa. Inglobati in una palazzina privata sono i resti di una chiesa consacrata nel 545 che prende il nome di San Michele in Africisco, la cui costruzione fu finanziata, come del resto avvenne per San Vitale, dal banchiere Giuliano Argentario e da un personaggio di cui non si sa molto, chiamato Bacauda. L'abside, ancora visibile al piano terreno dell'edificio, all'interno di un negozio, era originariamente decorata con un mosaico che, verso la metà dell'8oo venne staccato, venduto e ricomposto nel Bode Museum di Berlino sulle immagini dell'originale. Della chiesa di Sant'Agata non è nota l'epoca di costruzione, ma è noto che nell'anno 494 esisteva già; la fabbrica che vediamo oggi è, nel tratto posteriore, un avanzo di una ristrutturazione operata nel VI secolo sulla primitiva chiesa, e nella parte anteriore, corrispondente al corpo di fabbrica principale, suddiviso in tre navate, una ricostruzione realizzata fra il 1492 e il 1494. La chiesa di San Francesco è un edificio costruito nel medioevo (in vari momenti fra il IX e l'XI secolo) su un precedente edificio di culto dedicato agli Apostoli (che prendeva nome, appunto, di Apostoleion), costruito nella prima metà del V secolo. Particolarmente suggestiva è, all'interno della chiesa, la cripta , ancora visibile anche se in parte invasa dall'acqua di falda, la cui costruzione può essere collocata nell'IX secolo. Il pavimento della cripta mostra alcuni tratti in mosaico che in realtà sono da riferire al piano pavimentale della chiesa precedente la ricostruzione altomedievale. All'edificio di culto sono annessi due eleganti chiostri costruiti a più riprese nei secoli XVIXVII per ospitare il convento dei frati francescani, ai quali era stato affidato l'edificio di culto nel 1264. Affianca uno dei chiostri una piccola struttura realizzata nel XVI II secolo e contenente le ossa del poeta Dante Alighieri. E' interessante ricordare, a conclusione del nostro itinerario urbano, che nel centro storico di Ravenna, nel luogo ora occupato dalla sede centrale della Cassa di Risparmio, era situata la chiesa di San Giorgio dei portici presso la quale venne allestito dai Cavalieri dell'Ordine di Malta, attorno al 1335, un "ospedale" per pellegrini.

Un documento del XV secolo segnala nella chiesa l'esistenza di una "carta picta pro itinere sancti Sepulchri", cioè di una mappa con l'itinerario per il Santo Sepolcro, di cui purtroppo oggi non sappiamo nulla.

A sud di Ravenna si sviluppava, in antico, l'abitato di Classe, che era unito a quello di Ravenna da un sobborgo denominato Cesarea (individuabile nel quartiere oggi attraversato dalla strada che porta il nome di via Cesarea). L'abitato di Classe si presenta oggi scarsamente popolato, ma è noto che fra il II e il VI secolo fu un centro pulsore dell'attività economica di Ravenna poiché lì si apriva l'imbocco portuale di servizio alla città, le cui tracce, ancora visibili, sono state rimesse in luce nell'ambito di uno scavo archeologico. Delle numerose chiese e cappelle che si sa essere state costruite nei sobborghi di Cesarea e di Classe, oggi resta solo la basilica di Sant'Apollinare, eretta nel luogo in cui era sepolto Apollinare, primo vescovo di Ravenna, e consacrata dall'arcivescovo Massimiano il 9 maggio dell'anno 549. L'edificio, a pianta longitudinale, è suddiviso in tre navate da due filari di colonne di marmo proconnesio, sormontate da capitelli dello stesso marmo. Nel catino absidale , il mosaico raffigura in forma simbolica la Trasfigurazione sul monte Tabor come un'enorme croce posta sullo sfondo di una sfera blu cosparsa di stelle, e più in basso l'immagine del vescovo Apollinare in posizione di orante, al centro di una processione di agnelli. Nelle pareti dell'abside sono da rilevare due pannelli realizzati verosimilmente nel VII secolo, di cui quello sinistro, pur se molto restaurato, reca una immagine "storica" raffigurante il momento della consegna da parte degli emissari dell'Imperatore d'Oriente Costante li, del diploma che sanciva l'autocefalia, cioè l'indipendenza della chiesa di Ravenna da quella di Roma (l'episodio avvenne nell'anno 666).

Come si è detto, i documenti consentono di individuare nei due sobborghi a sud dell'abitato di Ravenna, l'esistenza di numerosissimi edifici di culto, il cui abbandono a volte risale 19 al tardo medioevo. Molti di quelli che conservavano reliquie, dovettero godere, tuttavia, di grande rilievo e costituire, dall'epoca della fondazione, santuari di richiamo per fedeli e pellegrini. In tal senso va ricordata la chiesa di San Lorenzo in Cesarea, localizzabile lungo l'attuale via Cesarea, costruita nei primissimi anni del V secolo e già menzionata da sant'Agostino (nel Sermone n. 322) come luogo in cui il pellegrino Paolo avrebbe assistito ad una miracolosa guarigione; oggi non esiste più, ma la sua precisa localizzazione è possibile grazie ad una mappa conservata presso l'Archivio storico comunale di Ravenna. Anche la basilica di San Severo in Classe, i cui resti sono stati rimessi in luce non molto lontano da Sant'Apollinare, dovette godere di grande importanza per la presenza delle reliquie di Severo, importante vescovo locale. Nonostante che le reliquie del presule fossero già state trafugate e portate in Germania, è noto che il monaco Liutolfo, nel IX secolo, in transito per Ravenna durante un pellegrinaggio a Roma, si interessò alla veneranda sepoltura la cui notorietà aveva travalicato le Alpi (forse proprio questo era il motivo del furto). Anche in epoche successive, la chiesa classicana viene spesso ricordata come meta di fedeli auspicanti miracolose guarigioni. Di non minore importanza per la storia del culto, la chiesa di Santa Maria in Porto fuori, oggi al centro di un abitato di recente formazione, ma nel passato isolata nella pineta. L'edificio, che nell'aspetto odierno è frutto di una ricostruzione effettuata dopo che un bombardamento l'aveva completamente distrutta durante la seconda guerra mondiale, si presentava originariamente come un'imponente struttura, affiancata da un complesso claustrale, la cui costruzione si era svolta in vari tempi, pur se il gusto dominante, dato anche da una importantissima stesura di affreschi, era quello "gotico". Nella chiesa si conservavano nel medioevo due preziosissimi oggetti marmorei che rendevano l'edificio un vero e proprio santuario di devozione, probabile meta di pellegrinaggio. L'uno era un vaso di porfido rosso che secondo la tradizione sarebbe stato da riconoscere, assieme a quelli di Bobbio, Caorle, Tortello e Pisa, come una delle cinque "idrie", impiegate da Cristo per trasformare l'acqua in vino alle nozze di Cana e portate, secondo la tradizione, come reliquie dalla Terra Santa; l'altro era il pannello raffigurante la "Madonna Greca", un preziosissimo bassorilievo marmoreo, realizzato in area bizantina, che la tradizione locale vuole giungesse per mare, trasportato da due angeli, la mattina dell'8 aprile 1100. Entrambe le preziose reliquie si trovano oggi nella chiesa di Santa Maria in Porto in città.

 

S. ApollinareS. Apollinare

L'odierno tragitto della SS 16 Adriatica ripercorre per alcuni tratti l'antico tracciato che da Ravenna conduceva a Cervia e a Rimini. Già si è detto che lungo questo tragitto agli inizi del XII secolo venne costruito, per volontà di Matilde Traversari, un "ospizio" destinato ad accogliere i pellegrini in viaggio verso Roma. Secondo la tradizione, nel luogo in cui esisteva l'ospizio, di cui si è persa qualsiasi traccia, un tempo era collocata la croce viaria marmorea oggi conservata nella chiesa parrocchiale di Castiglione. In prossimità dell'abitato di Cervia, proprio sulla strada, si erge isolata la chiesa della Madonna del Pino, edificio costruito attorno al 1487, per volontà del pio carmelitano Girolamo Lambertini e ispirato al gusto importato in Ravenna dai veneziani nella seconda metà del XV secolo; un portale tardoveneziano (1577), aperto sul fianco della chiesa, mette in comunicazione l'edificio con la strada. L'odierna cittadina di Cervia (Cervia nuova) si sviluppa attorno all'abitato costruito ex novo per volontà di papa Innocenzo XII fra il 1697 e il 1714 in sostituzione del borgo nato e cresciuto nel medioevo, molto più lontano dalla spiaggia. Vista la principale attività di "salinari" esercitata dai cervesi, tra gli avanzi del primitivo abitato vanno annoverati il Magazzino del Sale, un imponente edificio adibito alla raccolta e lavorazione del sale, e la Torre Michele, una massiccia torre di avvistamento preesistente alla fondazione di Cervia nuova, che consentiva di tenere sotto controllo la costa davanti alla città.

Pagine a cura della Redazione Locale

e-mail Redazione: turismo@comune.ravenna.it

Data ultima modifica: 07/05/2013

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