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I percorsi dell'agro Decimano e la via Ravegnana

L'itinerarioL'itinerario

In prossimità del sito nel quale sono stati rimessi in luce i resti dell'antico abitato di Classe, ha origine il Dismano (SS 71), un percorso viario rettilineo che sin dall'antichità mette in comunicazione Ravenna con Cesena, sulla via Emilia, attraversando quel tratto di pianura, posta fra i fiumi Savio e Ronco, convenzionalmente denominato "territorio Decimano". Questa vasta area, nella quale sono state rimesse in luce tracce della presenza umana di epoca protostorica, fu interessata dalla pianificazione dei territori agricoli attuata dai romani in età repubblicana, la cosiddetta centuriazione, e successivamente, nell'alto medioevo, entrò a far parte delle proprietà della chiesa di Ravenna, che la suddivise in diversi distretti, ognuno dei quali controllato da una pieve. Spesso unica traccia della presenza del cristianesimo nei territori rurali, le pievi dell'agro romagnolo, la cui costruzione va collocata in genere nell'alto medioevo, sono caratterizzate da una architettura ripetitiva che solo raramente si distacca da schemi ricorrenti, ispirati al modello dell'edilizia urbana ravennate di V e VI secolo (e per ciò denominate "pievi ravennati" nella letteratura specializzata anche se spesso collocate in zone estranee alla diocesi propriamente ravennate). Giunti a noi modificati e riadattati in funzione delle necessità liturgiche. o perché rovinati per l'usura e conservatisi grazie alla sapiente opera di restauro effettuata sin dai primi anni del '900, questi edifici, troppo spesso "dimenticati" e pertanto da rivalutare, si presentano a una o a tre navate scandite da pilastri in muratura, con absidi semicircolari all'interno e poligonali all'esterno, facciate molto austere, sulle quali si aprono, di solito, una porta e una finestrella superiore, spesso una biforetta, e campanili a volte cilindrici a volte quadrangolari; le murature sono fabbricate con mattoni recuperati da più antichi edifici e i materiali marmorei, peraltro assai raramente impiegati in queste fabbriche, sono ugualmente di recupero. Il Dismano si staglia in mezzo alla pianura, incrociando piccoli agglomerati urbani, alcuni dei quali di recente formazione. A pochi chilometri da Ravenna si incontra l'abitato di San Zaccaria, al margine del quale si eleva la pieve di San Bartolomeo "in decimo" (toponimo che stava ad indicare la distanza in miglia del sito dall'inizio della strada). L'edificio che noi oggi vediamo venne costruito nel 1746 in sostituzione di una più antica chiesa, di cronologia incerta, che sappiamo, da una descrizione anteriore all'atterramento, essere stata suddivisa in tre navate, scandite da pilastri in muratura. Solo il campanile, una torre quadrata, che si distacca dalla tradizione ravennate la quale predilige l'uso di campanili cilindrici, appartiene all'antico edificio, anche se solo nella parte più bassa può essere assegnata all'altomedioevo, e più precisamente al X secolo.

 

Santo StefanoSanto Stefano

Attraverso i percorsi viari che dal Dismano consentono di raggiungere l'abitato di Cervia, si incontra la località di Pisignano, in prossimità della quale si trova la pieve di Santo Stefano 0. La chiesa attualmente visibile è frutto di una totale ricostruzione realizzata nel 1521, come chiarisce la lapide posta sulla facciata, al di sopra della porta d'ingresso, in seguito alla rovina in cui andò incontro l'edificio dopo la sanguinosa battaglia combattuta alle porte di Ravenna nel 1512: nei "Gotti" cui l'iscrizione attribuisce la distruzione della fabbrica sono, con ogni probabilità, da riconoscere i francesi che, dopo la battaglia, saccheggiarono Ravenna e la campagna limitrofa. L'edificio, nelle forme attuali, a tre navate scandite da pilastri in muratura‑ dovrebbe ricalcare sostanzialmente la pianta dell'antica chiesa, di cui non sappiamo nulla, se non che esisteva già nel 977. Degne di nota nell'edificio attuale sono le pitture absidali, attribuite pressoché unanimemente al pittore ravennate Luca Longhi o alla sua scuola, e i materiali marmorei, provenienti dalla primitiva pieve o da altre strutture anticamente esistenti nella zona, conservati all'interno della chiesa o murati in frammenti nelle pareti esterne della fabbrica; fra questi spicca un piccolo blocco calcareo in cui è visibile la Mano divina benedicente da riconoscere come parte di una "croce viaria".

Le "croci viarie", fra le quali abbiamo già annoverato il bel pezzo conservato. nella chiesa di Castiglione, erano segnacoli posti in prossimità di chiese o monasteri, urbani o extraurbani, che si è ritenuto fossero in stretto rapporto con il fenomeno del pellegrinaggio, forse pensando che anche in area emiliano‑romagnola, dove pure tali simboli stradali erano abbondanti, le croci guidassero il fedele fino al santuario come lungo il più noto percorso verso Santiago di Compostela. Giova ricordare, comunque, sempre in relazione al fenomeno del pellegrinaggio, che nel territorio di Pisignano, proprio in prossimità della pieve, sono state rimesse in luce alcune ampolle‑reliquiario medievali , che costituiscono un caso quasi isolato nella nostra zona e nella penisola italiana, ma che non sembrano essere legate ad un santuario locale.

 

San Cassiano San Cassiano "in decimo"

Con un movimentato tracciato che si distacca a Ovest da quello del Dismano si sviluppa un gruppo di percorsi viari, costituiti dalle vie Erbosa, Petrosa e Pasna, nati verosimilmente nel medioevo come percorsi alternativi, per mettere in comunicazione Ravenna, attraverso il primo tratto del Dismano, con la via Emilia. Lungo la via Petrosa, nel centro abitato di Campiano, si trova la pieve di San Cassiano "in decimo" (anche in questo caso il toponimo indica una distanza stradale dal punto di partenza del tragitto). La chiesetta, che si discosta nella sua strutturazione dal modello ricorrente nell'agro ravennate, è ad unica navata e termina con una grande abside semicircolare all'interno e poligonale all'esterno. Inglobato nell'angolo sinistro della fabbrica, si erge un campanile quadrangolare alleggerito da sei ordini di polifore, che viene tradizionalmente denominato "la Bartolla", perché su una delle sue pareti è murata una statuetta frammentaria creduta femminile, ma che in realtà raffigura una divinità pagana maschile, probabilmente il dio Apollo. Come in genere accade per le pievi ravennati, la cronologia della costruzione dell'edificio non è nota; la più antica testimonianza documentaria riguardante la pieve di San Cassiano risale all'anno 896, ma la struttura come noi la vediamo ora, non può essere attribuita nella sua integrità al IX secolo: l'analisi delle murature ha chiarito, infatti, che la chiesa, pur mantenendo il suo impianto primitivo, ha subito ricostruzioni e rimaneggiamenti fino al '700, e in particolare nel XII secolo, quando venne rifatto il tratto superiore della facciata, con la bifora centrale ornata da due mascheroni di laterizio, e il campanile. Per quanto riguarda il campanile si deve registrare l'interessante impiego di una forma ornamentale tipica degli edifici di culto di area toscana, ma assai rara in territorio padano: l'inserzione nei muri di ceramiche policrome che, in termini tecnici, vengono definite "bacini". Nel campanile di Campiano si trova inserita una partita di tali "bacini" del XII secolo, che risultano di fabbricazione bizantina.

 

In prossimità del percorso odierno del fiume Ronco, un breve tratto viario mette in comunicazione l'abitato di Gambellara con quello di San Pietro in Vincoli, seguendo il tracciato di un tratto dell'antico alveo del fiume Ronco, tombato. Al centro dell'abitato si erge la pieve di San Lorenzo in Vado Rondino, oggi chiesa parrocchiale. L'edificio è stato quasi interamente ricostruito nel 1863, e solo l'abside CD può ritenersi un avanzo dell'antica pieve menzionata per la prima volta in un documento del 966, ma da attribuirsi secondo alcuni al VII secolo. II toponimo Vado Rondino, attribuito alla chiesa, si riferiva proprio al fatto che l'edificio si trovava in prossimità di un guado ("vado") del fiume Ronco. L'attuale denominazione dell'abitato deriva da quella del celebre "ospizio", costruito per volontà di re Stefano nei primi anni dell'XI secolo. L'ospizio era stato destinato da Stefano, cristianizzatore dell'Ungheria e promotore di pellegrinaggi a Roma, ad accogliere fedeli e rappresentanti regi in viaggio verso la Città Santa.

Accantonata la sua iniziale funzione, il complesso passò in mano ai monaci benedettini, ivi documentati a partire dal XII secolo, e poi, dal XIII secolo, ai camaldolesi. Il complesso, comprendente un ampio corpo di fabbrica destinato ad alloggio e una chiesetta, è stato identificato nelle strutture oggi parzialmente adibite a caserma dei carabinieri nelle quali è ancora intuibile la presenza della chiesa, anche se privata della parte absidale. Seguendo l'andamento del fiume Ronco si percorre la via Ravegnana (SS 67), tracciato che mette in comunicazione Ravenna con Forlì, sulla via Emilia. A pochi chilometri da Ravenna, si incontra la pieve di Sant'Apollinare in Longana, che una leggenda vuole così intitolata dal nome del primo vescovo di Ravenna il quale, secondo la tradizione, in questo luogo avrebbe vissuto gli ultimi anni della sua vita.

La chiesetta, ad unica navata, rettangolare, e dotata di un campani­letto quadrangolare, è di impianto altomedievale, probabilmente da attribuire ai primi anni dell'XI secolo, ma ha subìto parecchi rimaneggiamenti a partire dal XVI secolo. La porta di ingresso, oggi rivolta verso la strada, in origine si trovava sul lato opposto dell'edificio, dove tuttora è visibile, murata; nel luogo dell'odierno accesso, si ergeva un'abside atterrata nel corso dei molteplici rimaneggiamenti. Prima di giungere all'abitato di Coccolia, una strada con andamento perpendicolare alla via Ravegnana conduce alla vicinissima località di San Pietro in Trento dove si trova la pieve da cui l'abitato ha preso nome. L'edificio, a pianta longitudinale, è suddiviso in tre navate da pilastri in muratura; la navata centrale termina con un'abside semicircolare all'interno e poligonale all'esterno, nella quale si aprono tre finestrelle arcuate; la luce all'interno della chiesa filtra sia attraverso le finestrelle dell'abside, sia attraverso strette feritoie, aperte lungo i muri perimetrali. Nell'abside, il cui piano d'uso è rialzato rispetto a quello del restante edificio, si apre una piccolissima cripta del tipo cosiddetto "ad oratorio"; il vano, che probabilmente venne costruito sul finire del X secolo, è coperto con una volta che poggia su quattro piastrini di reimpiego, sormontati da capitellini finemente decoràti: un gioiello sconosciuto dell'architettura medievale ravennate. Difficile stabilire la cronologia della costruzione dell'edificio che viene menzionato per la prima volta in un documento del 978; opinione corrente però è che la struttura si debba ritenere fondata agli inizi del IX secolo.

 

Pagine a cura della Redazione Locale

e-mail Redazione: turismo@comune.ravenna.it

Data ultima modifica: 07/05/2013

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