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5. Ravenna e Roma

Già in occasione della mia prima visita a Ravenna, nel 1913, la tomba di Galla Placidia mi era parsa significativa e di un fascino eccezionale. La seconda volta, venti anni dopo, ebbi la stessa impressione. Ancora una volta, visitandola, mi sentii in uno strano stato d'animo; di nuovo, ne fui profondamente turbato. Mi trovavo con una conoscente, e dalla tomba andammo direttamente al Battistero degli Ortodossi.
Qui per prima cosa mi colpi la tenue luce azzurrina diffusa, che però non mi sorprese. Non cercai di capire da dove provenisse, né mi turbava il prodigio di questa luce senza alcuna sorgente apparente. Ero piuttosto sorpreso perché al posto delle finestre che ricordavo di aver visto nella mia prima visita, vi erano ora quattro grandi mosaici di incredibile bellezza, e che a quanto pareva avevo completamente dimenticati. Mi irritava. scoprire che non mi potevo fidare della mia memoria. II mosaico del lato sud rappresentava il battesimo nel Giordano; il secondo a nord era il passaggio dei figli d'Israele attraverso il Mar Rosso; il terzo, a est,subito mi svanì dalla memoria. Forse rappresentava Naaman purificato dalla lebbra nel Giordano: c'era una illustrazione su questo, stesso, soggetto nella mia vecchia Merianische Bibel, molto somigliante al mosaico. Il quarto mosaico, sul lato occidentale del battistero, era il più efficace.Lo guardammo per ultimo. Rappresentava Cristo che tendeva la mano a Pietro, mentre questi stava per affogare nelle onde. Sostammo di fronte a questo mosaico per circa venti minuti, e discutemmo del rituale originario del battesimo, e specialmente dell'arcaica e strana concezione di esso come un'iniziazione connessa con un reale pericolo di morte. Iniziazioni di questo genere erano spesso legate all'idea che la vita fosse in pericolo, e così servivano a esprimere l'idea archetipa della morte e della rinascita. Il battesimo originariamente era stato una vera immersione, che appunto alludeva al pericolo di annegare.
Ho conservato un chiarissimo ricordo del mosaico di Pietro che affoga, e ancora oggi posso vederne ogni dettaglio: l'azzurro del mare, le singole tessere del mosaico, i cartigli con le parole che escono dalle bocche di Pietro e di Cristo, e che tentai di decifrare. Appena lasciato il battistero mi recai subito da Alinari per comprare fotografie dei mosaici, ma non ne potei trovare. Il tempo stringeva - si era trattato solo di una breve visita - e così rimandai l'acquisto a più tardi: pensavo di poter ordinare le riproduzioni da Zurigo.
Quando ero di nuovo in patria, chiesi a un mio conoscente che andava a Ravenna di procurarmi le riproduzioni. Naturalmente non poté trovarle, perché poté constatare che i mosaici che io avevo descritto non esistevano!
Nel frattempo avevo già parlato, in un seminario, della concezione originaria del battesimo, e in tale occasione avevo anche menzionato i mosaici che avevo visto nel Battistero degli Ortodossi. Il ricordo di quelle immagini è per me ancora vivo. La signora che era stata lì con me lungamente si rifiutò di credere che ciò che << aveva visto con i suoi occhi >> non esisteva.
Come si sa, è molto difficile determinare se, e fino, a qual punto, due persone vedano contemporaneamente la stessa cosa. In questo, caso, comunque, potei accertarmi che almeno i tratti essenziali di ciò che avevamo visto erano stati gli stessi.
 

Questa esperienza di Ravenna è tra gli avvenimenti più strani della mia vita. É difficile spiegarla. Forse su di essa può fare un po' di luce un incidente nella storia dell'imperatrice Galla Placidia (m. 450). Durante una tempestosa traversata da Bisanzio a Ravenna, nel periodo peggiore dell'inverno, fece voto, se fosse riuscita a giungere sana e salva, di costruire una chiesa, in cui avrebbe fatto rappresentare i pericoli del mare. Mantenne questo voto facendo costruire la basilica di San Giovanni in Ravenna e facendola adornare di mosaici. Nei primi secoli del medioevo San Giovanni, con tutti i suoi mosaici, fu distrutta da un incendio; ma nell'Ambrosiana di Milano si trova ancora uno schizzo che rappresenta Galla Placidia in una barca.
Fin dalla prima visita ero stato particolarmente impressionato dalla figura di Galla Placidia, e mi ero sovente domandato quale effetto dovesse fare a questa donna coltissima, di una civiltà raffinata, la vita a fianco di un principe barbaro. La sua tomba mi sembrava come un ultimo vestigio attraverso il quale potessi avere con lei un rapporto diretto. Il suo destino e tutto il suo essere mi toccavano profondamente, e nella sua natura fervente la mia <<anima>> trovava un'adeguata, manifestazione storica.
Con questa proiezione fu raggiunto quell'elemento atemporale dell'inconscio e quella atmosfera in cui poté aver luogo il miracolo della visione. In quell'attimo essa non differì minimamente dalla realtà
L'<<anima>> dell'uomo ha un carattere eminentemente storico. In quanto personificazione dell'inconscio essa è impregnata di storia e preistoria, comprende i contenuti del passato, e fornisce all'individuo quegli elementi che dovrebbe conoscere della sua preistoria. Per l'individuo l'<<anima>> rappresenta tutta la vita del passato che è ancora viva in lui. A suo confronto mi sono sentito sempre come un barbaro, che realmente non ha storia, come una creatura appena uscita dal nulla, senza passato né futuro.
Nel corso del mio confronto con l'<<anima>> ero, effettivamente incorso in quei pericoli che vidi rappresentati nei mosaici. Ero stato vicino ad annegarmi. Mi era successo quanto era accaduto a Pietro, che aveva invocato aiuto ed era stato salvato da Cristo. Quello che era stato il destino dell'esercito del Faraone avrebbe potuto essere il mio. Come Pietro e come Naaman, ne ero uscito indenne, e l'integrazione dei contenuti inconsci aveva dato un contributo essenziale al compimento della mia personalità.
Che cosa accada in noi stessi quando si integrino i precedenti contenuti inconsci con la coscienza, lo si può appena descrivere a parole: se ne può solo fare esperienza. È una faccenda indiscutibilmente soggettiva; abbiamo un particolare sentimento di noi stessi, del nostro modo di essere, e questo è un fatto del quale né è possibile né ha senso dubitare. Allo stesso modo, proviamo un particolare sentimento verso gli altri, e anche questo è un fatto che non può essere messo in dubbio. Per quanto ne sappiamo non esiste alcuna istanza capace di comporre le probabili divergenze delle impressioni e delle opinioni. Se, come risultato dell'integrazione, abbia avuto luogo un cambiamento, e quale ne sia la natura, è e rimane un convincimento soggettivo. Sicuramente, non è un fatto che possa essere verificato scientificamente, e perciò non ha posto in una <<visione ufficiale>> del mondo; rimane tuttavia un fatto praticamente importantissimo e ricco di conseguenze, e in ogni caso non può essere trascurato da psicoterapeuti realisti e forse neppure da psicologi interessati alla terapia.

Dopo la mia toccante esperienza nel battistero di Ravenna, so con certezza che un. fatto interno può apparire esterno, e viceversa. Le mura stesse del battistero, che i mici occhi fisici necessariamente vedevano erano coperte e trasformate da una visione che era altrettanto reale dell'immutato fonte battesimale. Che cosa era veramente reale in quel momento?
Il mio caso non è certo l'unico, di questo genere, ma quando ci capitano cose simili, non si può fare a meno di prenderle più sul serio di quando si sono, solo sentite dire o si sono lette. In genere, di fronte a racconti di cose simili, si hanno pronte tutte le spiegazioni possibili: io, per parte mia, sono invece giunto alla conclusione che prima che si possa definite qualsiasi teoria nei riguardi dell'inconscio, ci sia ancora bisogno di farne molte, moltissime esperienze.
 

Ho viaggiato molto nella mia vita, e sarei andato volentieri a Roma, ma sentivo di non essere all'altezza dell'impressione che questa città mi avrebbe fatto. Gia Pompei era troppo: l'impressione che mi fece quasi superava la mia capacita di sostenerla. Potei visitare Pompei solo dopo essermi fatta, grazie ai miei studi degli anni che vanno dal 1910 al 1912, una certa conoscenza della psicologia dell'antichità classica. Nel 1912 mi trovavo su una nave che da Genova andava a Napoli; quando la nave passò alla latitudine di Roma mi sporsi dal parapetto: lì in fondo c'era Roma, il crogiuolo ancora incandescente e fumante dal. quale si erano diffuse le antiche civiltà, imprigionate nell'intrico di radici del medioevo cristiano e occidentale. Lì l'antichità classica viveva. ancora in tutto il suo splendido vigore e nella sua spregiudicatezza.
Mi meraviglio sempre che la gente possa andare a Roma così come potrebbe, per esempio, andare a Parigi o a Londra. Certamente anche Roma, come queste città, può essere goduta da un punto di vista estetico: ma se siete colpito fino in fondo al vostro essere, ad ogni passo, dallo spirito che vi aleggia; se ogni rudere o ogni colonna vi guardano con un aspetto che riconoscete immediatamente, allora la cosa è tutt'altra. Persino in Pompei mi si aprivano orizzonti imprevisti, cose insospettate divenivano coscienti, si ponevano problemi che superavano le mie forze!
In vecchiaia, nel 1949, desideravo riparare a questa omissione: ma mi sentii venir meno all'atto di comprare il biglietto! Dopo di che misi da parte, una volta per sempre, il progetto di un viaggio a Roma.

Da: C.G. Jung, Ricordi, sogni e riflessioni. Viggi. RCS Libri Editore.
 
 

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Zuletzt geändert: 07/05/2013

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